CSI - Centro Sportivo Italiano - Comitato di Reggio Emilia

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Vita da arbitro: al via i corsi di formazione per il calcio Csi

L’esperienza degli arbitri Mazzali e Rossi, prima della partenza a novembre dei corsi di formazione

 

Corrono come loro, ma non sono giocatori. Alla loro divisa sono affidate decisioni che possono ribaltare le sorti di una partita, con conseguente sommossa di chi occupa sia il campo che gli spalti. La vita da arbitro non è facile ma, come dice il presidente degli arbitri Csi Roberto Mazzali, «sei una pedina della scacchiera. Anzi, sei tu che la fai girare». In previsione dei corsi di formazione per arbitri di calcio, con inizio a novembre, ecco l’intervista doppia a Roberto Mazzali (arbitro Csi calcio a 11) e Valter Rossi (ex-arbitro Csi calcio a 5).

 

Com’è la ‘vita da arbitro’?

Mazzali - «Io lo dico sempre: fare l’arbitro non è una medicina salvavita, è un desiderio. Una cosa che ti coinvolge così tanto, che poi non la molli più. Negli anni poi ho trovato tantissimi amici sul campo, dai giocatori o i dirigenti fino ai custodi dell’impianto».

 

Rossi - «E’ un’attività molto impegnativa che richiede altrettanta passione, nonchè comprensione da parte della famiglia. Si arbitra anche tutte le settimane, due o tre sere a settimana. Ci sono anche quelli che guardano le classifiche, sperando di poter arbitrare una partita ‘di livello’, ma non è così. Ho arbitrato partite per gli ultimi posti davvero emozionanti».

 

Lei come ha iniziato?

M. - «Quando giocavo a calcio ero il classico ‘scarpone’, non avevo molta finezza diciamo. Nell’88, ormai a fine carriera, un collega mi ha buttato lì l’idea. Stava andando al corso di formazione: "Dai, ti accompagno io", mi ha detto. E’ stato l’inizio di un’avventura, da lì non ho più potuto farne a meno».

 

R. - «Ho cominciato per una scommessa. Giocavo a calcio ma ero davvero una schiappa, i miei amici hanno scherzato dicendo che dovevo fare altro. Anziché all’ippica, ‘datti all’arbitraggio’, insomma. Così ho iniziato, ma non avevo proprio bene in mente cosa volesse dire arbitrare».

 

Di situazioni, diciamo, ‘calde’ da gestire ce ne sono in tutte le partite?

M. - «Sono gli incidenti del mestiere. Il pubblico, pagante o meno, ha sempre ragione: purtroppo è la realtà di come si ragiona. Diciamo che, col tempo, noi arbitri abbiamo alzato uno ‘scudo’». 

 

Si ricorda un episodio in particolare?

M. - «Premettiamo che Il Torneo della Montagna è come la nostra Coppa dei Campioni. Non è il campetto di periferia, lì arbitri davanti a mille persone. Uscendo capita però di trovarsi in mezzo a giocatori vocianti, dirigenti che offendono. Il clou è stato nel ‘93, quando dopo tre partite consecutive gli arbitri hanno dovuto chiamare i Carabinieri per riuscire ad andare via. Cose come queste però oggi non succedono più».

 

R. - «Mi ricordo di una delle prime partite che ho arbitrato, a detta dei giocatori c’era una punizione che non avevo fischiato e subito dopo hanno fatto gol gli avversari. Sono stato circondato da tutti i giocatori e non le nascondo che ho avuto un po’ di paura. Resta un episodio curioso e non negativo, visto che da lì in poi quegli stessi giocatori sono diventati miei amici».

 

La sua più grande soddisfazione, invece?

M. - «Sempre nel ‘93, ho arbitrato io la finale del Torneo della Montagna e già questa è stata una soddisfazione. A cinque minuti dall’inizio ho preso una storta ma l’ho voluta concludere, nessuno se n’è accorto. Una volta finita il dolore era fortissimo e mi sono dato del fesso da solo, ma ancora oggi sono molto fiero di non aver mollato». 

 

R. - «Ne capitano moltissime, gli episodi spiacevoli come quello di prima sono solo una parte dell’essere arbitro. Mi ricordo con grande piacere una semifinale, in un palazzetto bellissimo a Trieste, quando ancora arbitravo per la federazione italiana calcetto». 

 

Che differenza c’è per un arbitro tra calcio a 5 o a 11?

M. - «Forse nel calcio a 11 c’è da correre di più e finché il campo è praticabile non si bada al meteo. Nella mia esperienza ho arbitrato con pioggia, neve o grandine». 

 

R. - «Direi che il calcio a 5 è un gioco molto più veloce, dove per esempio i giocatori hanno 4 secondi per le punizioni o le rimesse laterali. Questo richiede all’arbitro un grande impegno dal punto di vista mentale». 

 

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